Il sole riscaldava già da un paio
d’ore il muretto all’ingresso della metropolitana.
Senza tempo,
lì stavano seduti sempre in dieci, dodici. Senza casa, la famiglia chissà dove,
senza madre, senza padre, senza età. Stavano seduti dall’alba, bevevano in bottiglie
di plastica. Io ci passavo tutte le mattine di lì e tutte le sere dopo il
lavoro. E a volte anche la notte, nel week end, quando la metropolitana
chiudeva più tardi delle undici e mezzo. Tornavo a casa e passavo accanto a
quel muretto, all’ingresso della metropolitana. Il primo ad arrivare la mattina
era un vecchio senza denti, ma con la camicia di jeans, il cappello verde, gli
occhiali da sole, pantaloni strappati ma con tasche capienti e scarponi neri, sembravano
comodi, caldi. Il vecchio stava appoggiato al muro con le gambe stese, il posto
privilegiato. Stava seduto su una coperta di lana a quadri, di quelle che ti
porti in montagna per riposare. Aveva una radio che sintonizzava non so su
quale stazione. La frequenza era buona e la musica alta. La gente gli passava
distratta accanto, senza guardare.
Una signora veloce,
a passo svelto, fumava una sigaretta. La sigaretta non era ancora finita quando
la signora con un gesto improvviso, ma naturale, la gettò a terra. La mezza
sigaretta fumava solitaria sotto al sole tiepido di aprile. Il vecchio con
occhio lungo e naso attento la prendeva da terra. Si godeva tutte le mattine quella
mezza sigaretta, con il filtro di rossetto e la saliva fredda ancora della
donna. Boccata dopo boccata, la radio accesa, il vino in tavola. Qualcuno
lasciava un panino sul muretto, forse un pezzo di ciambella, del caffè. Boccata
dopo boccata il sole continuava a riscaldare il muretto all’ingresso della
metropolitana. Al vecchio seguivano altri strane creature figlie di nessuno, nate
chissà dove vissute nel sottosuolo della società, in periferie improbabili e
maleodoranti di piscio e tetrapak. Avrei voluto chiedermi da dove venissero
quelle anime, ma non me lo chiedevo. Passavo, di fretta, li osservavo, provavo
a capire la loro routine, i loro gesti del mattino e della sera.
Il muretto
all’ingresso della metropolitana già scottava.
Qualche metro
più avanti il cigolio delle scale mobili del supermercato, l’esercito silente,
la popolazione della capitale, le formiche nel buco, gli scarafaggi dietro il
lavandino della cucina, i vermi nella carne che imputridisce anche se
l’ossigeno è poco. Il muretto all’ingresso della metropolitana ospitava
l’esercito debole che non pensa al pranzo. La mezza sigaretta della signora trafelata
fumava anche quella mattina, per terra. Il vecchio la raccoglieva e boccata
dopo boccata, con le spalle all’ingresso della metropolitana, lasciava che il
sole gli bruciasse ogni cellula del suo viso bucato, attraverso le lenti scure.
Accanto a
lui quella mattina stava seduta una ragazza, i capelli rossi, poche lentiggini
ma visibili. Occhiali da sole spessi e rotondi, Janis Joplin. Una maglia a
righe a maniche lunghe, un piumino senza maniche blu bucato dalle cicche, un
jeans a zampa sulle scarpe. I capelli non erano raccolti, ma sciolti e unti
sulle sue spalle ancora un po’ femminili. Quella mattina, mentre il vecchio
boccata dopo boccata contava le teste dei passanti, la ragazza dai capelli
rossi fumava uno spinello e succhiava da una lattina di birra la schiuma che si
posava sul fondo. Quella mattina cantava Bob Marley mentre il sole le
illuminava i fili rovinati, i suoi capelli sciolti e unti.
E io così
passavo il varco oltre il muretto, entravo all’inferno, scendevo le scale di
fretta e al buio, alle mie spalle il vecchio lanciava la sigaretta rubata alla
signora che andava di fretta e la ragazza continuava a drogarsi, continuava a
succhiare la schiuma dalla lattina, continuava a cantare.








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