lunedì 8 giugno 2015

Il muretto all'ingresso della metropolitana già scottava da qualche ora - parte prima










Il sole riscaldava già da un paio d’ore il muretto all’ingresso della metropolitana.

Senza tempo, lì stavano seduti sempre in dieci, dodici. Senza casa, la famiglia chissà dove, senza madre, senza padre, senza età. Stavano seduti dall’alba, bevevano in bottiglie di plastica. Io ci passavo tutte le mattine di lì e tutte le sere dopo il lavoro. E a volte anche la notte, nel week end, quando la metropolitana chiudeva più tardi delle undici e mezzo. Tornavo a casa e passavo accanto a quel muretto, all’ingresso della metropolitana. Il primo ad arrivare la mattina era un vecchio senza denti, ma con la camicia di jeans, il cappello verde, gli occhiali da sole, pantaloni strappati ma con tasche capienti e scarponi neri, sembravano comodi, caldi. Il vecchio stava appoggiato al muro con le gambe stese, il posto privilegiato. Stava seduto su una coperta di lana a quadri, di quelle che ti porti in montagna per riposare. Aveva una radio che sintonizzava non so su quale stazione. La frequenza era buona e la musica alta. La gente gli passava distratta accanto, senza guardare.

Una signora veloce, a passo svelto, fumava una sigaretta. La sigaretta non era ancora finita quando la signora con un gesto improvviso, ma naturale, la gettò a terra. La mezza sigaretta fumava solitaria sotto al sole tiepido di aprile. Il vecchio con occhio lungo e naso attento la prendeva da terra. Si godeva tutte le mattine quella mezza sigaretta, con il filtro di rossetto e la saliva fredda ancora della donna. Boccata dopo boccata, la radio accesa, il vino in tavola. Qualcuno lasciava un panino sul muretto, forse un pezzo di ciambella, del caffè. Boccata dopo boccata il sole continuava a riscaldare il muretto all’ingresso della metropolitana. Al vecchio seguivano altri strane creature figlie di nessuno, nate chissà dove vissute nel sottosuolo della società, in periferie improbabili e maleodoranti di piscio e tetrapak. Avrei voluto chiedermi da dove venissero quelle anime, ma non me lo chiedevo. Passavo, di fretta, li osservavo, provavo a capire la loro routine, i loro gesti del mattino e della sera.

Il muretto all’ingresso della metropolitana già scottava.

Qualche metro più avanti il cigolio delle scale mobili del supermercato, l’esercito silente, la popolazione della capitale, le formiche nel buco, gli scarafaggi dietro il lavandino della cucina, i vermi nella carne che imputridisce anche se l’ossigeno è poco. Il muretto all’ingresso della metropolitana ospitava l’esercito debole che non pensa al pranzo. La mezza sigaretta della signora trafelata fumava anche quella mattina, per terra. Il vecchio la raccoglieva e boccata dopo boccata, con le spalle all’ingresso della metropolitana, lasciava che il sole gli bruciasse ogni cellula del suo viso bucato, attraverso le lenti scure.

Accanto a lui quella mattina stava seduta una ragazza, i capelli rossi, poche lentiggini ma visibili. Occhiali da sole spessi e rotondi, Janis Joplin. Una maglia a righe a maniche lunghe, un piumino senza maniche blu bucato dalle cicche, un jeans a zampa sulle scarpe. I capelli non erano raccolti, ma sciolti e unti sulle sue spalle ancora un po’ femminili. Quella mattina, mentre il vecchio boccata dopo boccata contava le teste dei passanti, la ragazza dai capelli rossi fumava uno spinello e succhiava da una lattina di birra la schiuma che si posava sul fondo. Quella mattina cantava Bob Marley mentre il sole le illuminava i fili rovinati, i suoi capelli sciolti e unti.


E io così passavo il varco oltre il muretto, entravo all’inferno, scendevo le scale di fretta e al buio, alle mie spalle il vecchio lanciava la sigaretta rubata alla signora che andava di fretta e la ragazza continuava a drogarsi, continuava a succhiare la schiuma dalla lattina, continuava a cantare.

lunedì 4 maggio 2015

Lontano da Roma verso un'altra città - mattino




























Da lontano la città si risveglia
il sole illumina poco
ancora per qualche minuto
il bianco sporco delle case
di periferia.
Riconosco gli ulivi e il loro profumo
anche dietro le finestre di vetro
la terra è sempre bagnata
non filtra vitamine e minerali
e piogge acide e veleni.
Il verde scolora dai rami cade e si scioglie
si prepara al caldo pungente
del sud dell’Italia.
E io anche mi preparo con lui
e non me ne accorgo
ma un’altra stagione è finita.
Mi preparo allora all’estate
al caldo che avanza
al tempo che incalza.
Così passiamo, cambiamo pelle
cambiamo colore
cambiamo stagione. 
A volte ci teniamo per mano.
Intanto l’ultimo ulivo
-sofferente e malato-
mi parla di queste pianure
delle ginestre più in là
solo immaginate
delle api affamate sulla terra secca
sui tronchi taglienti
sulle schiene sudate. 

mercoledì 11 marzo 2015

A mezzanotte quando fuori dovrebbe essere buio e invece una luce entra dalla fessura della finestra della mia camera




Se il mondo va alla malora non è solo colpa degli uomini. Lo dico a voce alta e lo ripeto finché non me ne convinco. Guardando fuori dalla finestra chiusa sento anch’io che l’infinito profuma di frutta matura, sa di freddo e di neve, sa di inverno, sa di bianco appena steso ad asciugare anche se fa freddo. Lo sento il gabbiano che urla sopra i tetti e il piccione che si affaccia alla finestra piccola della mia soffitta. Allora l’odore diventa più forte, la muffa e il freddo, lo spiffero sotto la porta, il gatto che bussa con insistenza ma io non lo faccio entrare. Allora mi convinco: la luna forse la vedo solo io così, fuori fuoco, fuori tempo massimo. Chissà che ore sono, non mi importa. Il gabbiano è sempre sul mio tetto ma non mi importa. Lascio che urli le sue sventure, lascio che mi racconti il pesce pescato nella discarica non molto lontano a qui. Fuori non è poi così buio. Anche se è notte. Siamo in città, ripeto tra me e me, non esiste il buio qui. Ma l’infinito ha il profumo di frutta matura, questo lo sento. Forse è un ricordo. Vorrei che la mia stanza di notte fosse buia e invece la luce entra, è la luce flebile della luna. Ma perché è così forte? Allora la guardo, annuso l’aria intorno a me. Annuso la federa del cuscino, mi convinco che profuma. Profuma ancora di te. Annuso anche la maglia del pigiama, e poi la coperta, annuso anche il piccolo cuscino a forma di cuore. Mi sembra che tutto abbia il solito profumo. Mi sento al sicuro e sorrido. Guardo di nuovo davanti a me, la luna si è spostata ma la vedo ancora. Mi ritrovo a dire ad alta voce che se il mondo va alla malora non è solo colpa degli uomini. Me ne sono convinta. Deve essere così. Silenzio: la notte, solo il rumore meccanico della lampadina, il lampione sulla traversa della Tiburtina, un tzzz costante per me quasi impercettibile. Eppure ce ne ho messo di tempo per abituarmi a quel sottofondo. Silenzio, senza buio. Penso alla mia città dietro le montagne. Penso alla nostra città che è più a sud. Penso alle luci gialle. Penso al silenzio della notte in campagna. Penso alla neve della mia città. E al silenzio sordo, ai rumori bloccati sotto la coltre spessa della neve. Penso al mare. Penso alla luna che si riflette sul mare a ferragosto. Penso alla sigaretta accesa sullo scoglio dopo aver fatto l’amore. E poi di nuovo come una ninna nanna del terzo millennio mi ripeto che se il mondo va alla malora non è solo colpa degli uomini. Annuso il cuscino e, chissà, magari mi riaddormento. 

sabato 24 gennaio 2015

Della bellezza







Sarà un mattino di nuvole, tu seduta vicino alla finestra. Fuori ci saranno solo fiori belli, colorati, umidi della pioggia appena caduta, fredda e sottile. Sarà un mattino di nuvole e caffè, e tu alla finestra a guardare i fiori che ho piantato per te, saranno i più colorati del giardino. Ci nasconderemo insieme dietro alla tenda azzurra, e sarà dolce non parlare. Collo bianco di colombe, liscio - seta orientale - profumato di risveglio.
Le tue mani racconteranno la piacevole lentezza dei giorni. I nostri occhi avranno una luce nel mezzo. I fiori che avrò piantato per te li metteremo in un vaso di porcellana, su quel tavolo bianco antico, consumato dagli anni e dalle cene con gli amici. Sarà come aprire la finestra dopo una notte insonne.
Ti racconterò della bellezza dei giorni. Della stanchezza alla sera. Del sonno ristoratore. Del risveglio profumato di riposo e caffè. Dei baci del mattino.


Atto I. Le lucciole.

Lucciola lucciola vien da me. Lucciola lucciola vien vicina. Questa notte sarai tu a farmi luce tra le spighe scure notturne. Dammi la mano, Già ci aspettano sotto il salice – piange - le ore notturne dei giochi. Ricordo lontano di cortili bianchi al tramonto tra alberi monumenti e noi.

Atto II. Rugiada.
La rugiada scende dalle tue gambe sottili.


Atto III. Mezzogiorno.

Le olive del tuo sguardo e la macchia
Nera e l'occhio che mi riflette
È mezzogiorno
È domenica.


Atto IV.
Pomeriggio.

Atto V. Il sipario si chiude.

Dormi mia sperduta.
Non pensare e dormi.
Restano forse solo le parole di un giorno che dura da sempre, mentre io rimango a guardarti.

lunedì 12 gennaio 2015

È l'ultima fermata

È l’ultima fermata 



Aspettiamo il binario sul tabellone delle partenze, è digitale ormai ma tanto che cambia ma che vita è la crisi il gas da pagare che fretta c’è tanto che cambia se compri vestiti eleganti - in stazione intanto annunciano il binario è un altro binario ma tanto che cambia.






-È l’ultima fermata.
-Sissignore, è l’ultima fermata.
-Sta piovendo.
-Si, sta piovendo forte. Sembra che faccia molto freddo, guardi che vento. È maestrale, sicuro. La vengono a prendere?
-Non credo, nessuno sa che sarei tornato.
-Dove abita? Viene a prendermi mia figlia con i bambini.
-Non si scomodi, non voglio dare fastidio.
-Nessun fastidio, dove abita?
-In fondo alla strada della stazione, posso andare a piedi, la ringrazio.
-Sicuro? Non si faccia problemi. Sa, mia figlia ha avuto da poco il secondo… Non le sono bastate tutte le notti senza dormire della prima bambina. Una peste, una vera peste… Ma che piccola personcina… Così curiosa, così riccioletta… Ogni riccio un capriccio… è vero, sa? Invece il secondo è buono,  non piange nemmeno quando ha fame. Ti guarda, a volte sorride. Ma non piange.
-Non mi piacciono i bambini.
-Ma come, non ha avuto figli, non ha nipoti?
-Figli sì. Nipoti, non credo.
-Ah… Bè, saranno pure pesti, ma ti riempiono le giornate. Sa, da quando non c’è più mia moglie mi sento sempre molto solo. Se non ci fossero quei due piccini non saprei come andare avanti.
-La capisco.
-E sua moglie? Non l’aspetta nessuno in fondo alla strada della stazione?
-No, nessuno.
-Aspetti, le do una mano col bagaglio…
-Non si scomodi, vedo che ha problemi a camminare.
-Artrosi.
-Appunto, non si scomodi. Penso di farcela.
-Va bene. Il treno si è fermato, siamo arrivati.
- È stato un lungo viaggio…
-Mi sembra triste di essere arrivato a casa…
-La solitudine è una lente di ingrandimento. La distanza tra la foglia e la radice.  
-Ecco mia figlia, e i bambini!


lecce, museo ferroviario della puglia

©Iole Novelli











sabato 10 gennaio 2015

enueg - passeggiata sulla neve




campobasso, gennaio 2015 

©Iole Novelli












enueg. passeggiata sulla neve. omaggio carveriano.

paura di non sentire il freddo della neve sotto le suole delle scarpe.

paura di non riuscire a vedere la neve che si scioglie.

paura di non vederti più sotto la neve.

paura di addormentarsi la notte.

paura di addormentarsi la notte e di non svegliarsi.

paura di non riuscire a tenere il ritmo.

paura del tempo che passa.

paura del tempo che passa troppo in fretta.

paura del tempo che passa troppo lentamente.

paura di aver paura del tempo del domani del sempre.

paura  di arrivare all’ultima fermata.

paura di scrivere.

paura di essere letti.



















Campobasso, gennaio 2015 ©Iole Novelli

venerdì 9 gennaio 2015

bday of theanchor

      IL BLOG PER GENTE NORMALE


Nasce the anchor, il blog che naviga nel mare sconfinato della rete con le vele da pirata.

Il blog di parole e immagini, perché così mi spiego meglio.

Il blog che odia essere chiamato blog, ma che si rende conto di vivere nel 2014, anzi, nel 2015, ormai.

Il blog che non annoia, che urla parole e appiccica immagini sulle bacheche del pensiero come postit sul frigorifero.

Il blog che mette l’ancora nei luoghi inesplorati delle anime piccole.

Il blog che toglie l’ancora se il mare si calma.

Il blog di cui non avete assolutamente bisogno.


Però leggetelo, ne capirete meglio l’inutilità intrinseca.